non è vero; l'uomo, invece, che è oggetto della storia, dice apertamente: io sono libero e perciò non soggiaccio a leggi.
La presenza della questione, anche se non espressa, del libero arbitrio dell'uomo si fa sentire a ogni passo della storia.
Tutti gli storici che hanno riflettuto in modo serio si sono trovati di fronte a questo problema. Tutte le contraddizioni, le oscurità della storia, la falsa strada lungo la quale questa scienza procede, sono fondate unicamente sull'insolubilità di questo problema.
Se la volontà di ogni uomo fosse libera, se cioè ognuno potesse agire come gli garba, tutta la storia sarebbe una serie di casi slegati.
Se anche un solo uomo fra milioni di uomini avesse in un millennio la possibilità di agire liberamente, cioè a suo piacimento, è evidente che un solo atto libero di quest'uomo, contrario alle leggi, distruggerebbe la possibilità dell'esistenza di qualsiasi legge per tutto il genere umano.
Se esiste anche una sola legge che regoli le azioni degli uomini, allora non può esservi libero arbitrio, poiché la volontà umana deve sottostare a questa legge.
In questa contraddizione consiste il problema del libero arbitrio, che dai tempi più remoti impegna le migliori menti dell'umanità e dai tempi più remoti è stato posto in tutta la sua enorme importanza.
Il problema consiste in questo, che, guardando l'uomo come oggetto d'osservazione, da qualsiasi punto di vista (teologico, storico, etico, filosofico) noi troviamo la legge generale della necessità alla quale egli soggiace, allo stesso modo di tutto ciò che esiste. Guardandolo invece dall'interno, come ciò di cui abbiamo coscienza, noi ci sentiamo liberi.
Questa coscienza è una fonte di conoscenza di sé completamente separata e indipendente dalla ragione. Mediante la ragione l'uomo osserva se