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   Così la nostra concezione della libertà e della necessità gradualmente aumenta e diminuisce a seconda del maggiore o minore legame con il mondo esterno, della maggiore o minore lontananza nel tempo dalle cause in base alle quali esaminiamo i fenomeni della vita umana.   
   Cosicché, se consideriamo la situazione di un uomo, il cui legame con il mondo esterno è più noto e maggiore il periodo di tempo intercorso tra il giudizio di un suo atto e il momento in cui è stato compiuto e più accessibili le cause del suo atto, ci facciamo l'idea di una massima necessità e di una libertà minima. Se invece consideriamo una persona in una situazione di minor dipendenza dalle cause esterne; se la sua azione è stata compiuta in un momento vicinissimo al momento presente e le cause della sua azione ci sono inaccessibili, ci facciamo l'idea di una necessità minima e di una libertà piena.   
   Ma sia nell'uno che nell'altro caso, per quanto mutiamo il nostro punto di vista, per quanto cerchiamo di chiarirci il più possibile il legame in cui l'uomo si trova con il mondo esterno, o per quanto esso ci sembri incomprensibile, per quanto si allunghi o si abbrevi il periodo di tempo; per quanto comprensibili o incomprensibili ci siano le cause, non possiamo mai immaginarci né una completa libertà, né un'assoluta necessità.   
   1) Per quanto cerchiamo di rappresentarci un uomo che non subisce nessuna influenza del mondo esterno, non riusciremo mai a concepire una libertà nello spazio. Ogni azione dell'uomo è inevitabilmente condizionata da ciò che lo circonda e dallo stesso corpo dell'uomo. Io alzo una mano e l'abbasso. La mia azione mi sembra libera; ma, alla domanda se avrei potuto alzare la mano in qualsiasi direzione, vedo che ho alzato la mano in quella direzione che avrebbe incontrato meno ostacoli sia nei corpi che

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