sbarazzarsi di Teljanin, e uscì per ordinare che portassero il cavallo.
In anticamera Denisov, con la pipa in bocca, sedeva rannicchiato sulla soglia davanti al maresciallo d'alloggiamento che gli faceva rapporto su qualcosa. Denisov si accigliò e, indicando con il pollice al di sopra della spalla verso la stanza in cui stava Teljanin, fece una smorfia e scosse il capo con disgusto.
«Non mi piace quel tipo,» disse, senza curarsi della presenza del maresciallo.
Rostov si strinse nelle spalle come per dire: «Neanche a me, ma che vuoi farci?» Poi, dato l'ordine di portare il cavallo, tornò da Teljanin.
Teljanin sedeva nella stessa posizione indolente in cui Rostov l'aveva lasciato, e si stropicciava le piccole mani bianche.
«Che individui odiosi esistono,» pensava Rostov, entrando nella stanza.
«Allora, avete dato l'ordine di portare il cavallo?» disse Teljanin alzandosi e guardandosi attorno con noncuranza.
«Sì.»
«Andiamo, allora. Io ero passato soltanto per domandare a Denisov dell'ordine diramato ieri. L'avete ricevuto, Denisov?»
«Ancova no. Ma voi dove andate?»
«Voglio insegnare a questo giovanotto come si ferra un cavallo,» disse Teljanin.
Uscirono per andare alla scuderia. Il tenente mostrò come si doveva fare la chiodatura, e se ne andò al suo alloggio.
Quando Rostov tornò, sulla tavola c'era una bottiglia di vodka e una salsiccia. Denisov era seduto davanti alla tavola e scriveva, facendo scricchiolare la penna sulla carta. Egli guardò Rostov con espressione