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cupa.   
   «Scvivo a lei,» disse.   
   Si appoggiò con i gomiti alla tavola, la penna in mano e, palesemente soddisfatto dell'occasione offertagli di guadagnare tempo dicendo a parole quel che intendeva scrivere, espose a Rostov il contenuto della sua lettera.   
   «Vedi, amico,» disse. «Noi dovmiamo finché non amiamo. Siamo figli della polveve... ma se ci si innamova, ecco che si diventa né più né meno come Dio, puvi come il pvimo giovno della cveazione... Chi c'è ancova? Mandalo al diavolo. Non ho tempo!» gridò rivolto a Lavruška che gli si era avvicinato senza lasciarsi minimamente intimidire.   
   «E chi volete che sia? Siete stato voi a ordinarlo. È venuto il maresciallo d'alloggiamento per i denari.»   
   Denisov si accigliò; avrebbe voluto gridare qualcosa, ma tacque.   
   «Bvutt'affave,» borbottò fra sé. «Quanti soldi sono vimasti nel bovsellino?» domandò a Rostov.   
   «Sette monete nuove e tre vecchie.»   
   «Ah, che guaio! Be', che hai da stave lì impalato, spauvacchio? Fa' passave il mavesciallo!» gridò Denisov a Lavruška.   
   «Ti prego, Denisov, accetta i soldi da me, io ne ho,» disse Rostov arrossendo.   
   «Non mi piace favmi pvestave denavi dagli amici, non mi piace,» esclamò Denisov.   
   «Ma se non prendi i soldi da me come si fa tra compagni, mi offendi. Sul serio, io ne ho,» ripeté Rostov.   
   «Ma no, ti dico.»   
   E Denisov si avvicinò al letto per prendere il borsellino da sotto il

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