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guanciale.   
   «Dove l'hai messo, Vostov?»   
   «Sotto il guanciale più basso.»   
   «Non c'è.»   
   Denisov buttò in terra i due guanciali. Il borsellino non c'era.   
   «Questa è bella!»   
   «Aspetta, non l'avrai lasciato cadere?» disse Rostov. Sollevò un guanciale per volta e li scosse.   
   Levò anche la coperta e la scosse. Il borsellino non c'era.   
   «Non avrò sbagliato posto? Ma no, ricordo anche che tu ti metti il borsellino sotto la testa come se fosse un tesoro,» disse Rostov. «L'ho messo qui, il borsellino. Dov'è?» disse poi, rivolgendosi a Lavruška.   
   «Io non sono entrato. Sarà dove l'avete messo.»   
   «Ma non c'è.»   
   «Siete sempve così: buttate le cose dove capita e poi ve ne dimenticate. Guavdatevi nelle tasche.»   
   «No, se non avessi fatto quel pensiero del tesoro,» disse Rostov, «invece mi ricordo d'averlo messo qui.»   
   Lavruška frugò per tutto il letto, e anche sotto. Poi guardò sotto il tavolo, rovistò tutta la stanza e si fermò nel mezzo della camera. Denisov seguiva in silenzio i movimenti di Lavruška, e quando Lavruška spalancò le braccia con aria stupita, dicendo che il borsellino non era in nessun posto, egli si volse a guardare Rostov.   
   «Vostov, non fave il bambino...»   
   Rostov, sentendo su di sé lo sguardo di Denisov, sollevò gli occhi e immediatamente li riabbassò. Tutto il suo sangue, come bloccato e compresso sotto la gola, gli salì alla faccia e agli occhi. Non poteva più

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