respirare.
«Nella stanza non c'era nessuno, eccetto voi e il tenente. Non può essere altro che qui,» disse Lavruška.
«Avanti, fantoccio del diavolo, vigivati, fvuga,» prese a un tratto a strillare Denisov, che era diventato paonazzo, e si slanciò contro il domestico con un gesto minaccioso. «Che il bovsellino salti fuovi, se non ti fvusto. Fvusto tutti!»
Rostov, misurando Denisov con lo sguardo, cominciò ad abbottonarsi la giubba, si allacciò la sciabola e calzò il berretto.
«Ti sto dicendo che il bovsellino deve saltav fuovi,» gridò Denisov scrollando l'attendente per le spalle e spingendolo contro la parete.
«Denisov, lascialo, stare; io so chi l'ha preso,» intervenne Rostov avvicinandosi alla porta senza alzare gli occhi.
Denisov si fermò, pensieroso, e avendo evidentemente capito a che cosa alludesse Rostov, lo afferrò per un braccio.
«Assuvdo!» urlò in una maniera tale che sul collo e sulla fronte le vene gli si gonfiarono come corde. «Ti dico che sei diventato matto, è una cosa che non pevmetto. Il bovsellino è qui; scovtichevò questo favabutto e lo tvovevemo.»
«Io so chi l'ha preso,» ripeté Rostov con voce tremante e mosse verso la porta.
«E io ti dico che non osevai fave una cosa simile,» urlò Denisov lanciandosi verso lo junker per trattenerlo.
Ma Rostov si svincolò dalla mano di Denisov, e come se Denisov fosse stato il suo peggior nemico, gli puntò gli occhi addosso, furibondo.
«Ma ti rendi conto di ciò che dici?» disse con voce tremante. «Oltre me nella stanza non è entrato nessuno. Dunque, se non è...»