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   Ma non poté finire e fuggì fuori della camera.   
   «Al diavolo te e tutti quanti,» furono le ultime parole che udì.   
   Rostov arrivò all'alloggio di Teljanin.   
   «Il signore non è in casa, è andato al comando,» gli disse l'attendente di Teljanin. «È successo qualcosa?» aggiunse, sorpreso dalla faccia sconvolta del junker.   
   «No, niente.»   
   «Per poco non l'avete trovato,» disse l'attendente.   
   Il comando era a tre miglia da Saltzeneck. Senza ripassare dal suo alloggio, Rostov prese il cavallo e andò al comando. Nel villaggio occupato dallo stato maggiore c'era una trattoria frequentata dagli ufficiali. Rostov arrivò alla trattoria; davanti all'ingresso scorse il cavallo di Teljanin.   
   Il tenente sedeva nella seconda stanza della trattoria davanti a un piatto di salsicce e a una bottiglia di vino.   
   «Ah, siete venuto anche voi, giovanotto,» disse sorridendo e rialzando le sopracciglia.   
   «Sì,» disse Rostov come se pronunciare questa parola gli costasse una grande fatica, e si sedette al tavolo accanto.   
   Tacevano entrambi; nella stanza c'erano anche due tedeschi e un ufficiale russo. Tutti stavano zitti. Si udiva il tintinnio dei coltelli contro i piatti e il rumoroso masticare del tenente. Quando Teljanin ebbe terminato la colazione, tolse di tasca un borsellino doppio, fece scorrere l'anellino, poi con le piccole dita bianche piegate in su, prese una moneta d'oro e, inarcando le sopracciglia, diede il denaro al cameriere.   
   «Fate presto, per piacere,» disse.   
   La moneta d'oro era nuova. Rostov si alzò e si avvicinò a Teljanin.   

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