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   «Permettetemi di dare un'occhiata al borsellino,» disse con voce fievole, appena percettibile.   
   Con gli occhi sfuggenti e con le sopracciglia sempre inarcate Teljanin gli diede il borsellino.   
   «Sì, è un bel borsellino... proprio...» disse, e improvvisamente impallidì. «Guardate pure, giovanotto,» soggiunse.   
   Rostov prese il borsellino, lo guardò, guardò le monete che conteneva, e alla fine guardò Teljanin. Il tenente occhieggiava intorno, secondo il solito, e tutt'a un tratto parve diventare molto allegro.   
   «Quando saremo a Vienna voglio lasciarci fino all'ultimo centesimo, mentre qui in queste luride borgate non si sa nemmeno dove spendere i soldi,» disse. «Ora ridatemelo, giovanotto, devo andarmene.»   
   Rostov taceva.   
   «E voi che fate qui? Anche voi siete venuto a far colazione? Si mangia bene,» rispose Teljanin. «Suvvia, ridatemi il borsellino.»   
   Protese la mano e fece per afferrare il borsellino. Rostov glielo lasciò. Teljanin lo prese e fece l'atto di infilarlo in una tasca dei pantaloni, mentre le sue sopracciglia s'inarcavano con noncuranza e la bocca si schiudeva leggermente, come se dicesse: «Sì sto mettendomi in tasca il borsellino: è una cosa semplicissima che riguarda soltanto me.»   
   «Ebbene, che c'è, giovanotto?» disse dopo aver tirato un sospiro e aver lanciato un'occhiata a Rostov di sotto le sopracciglia inarcate. Con la velocità d'una scintilla elettrica un lampo corse dagli occhi di Teljanin a quelli di Rostov e viceversa, in senso opposto, e di nuovo viceversa, tutto in un unico istante.   
   «Venite qua,» disse Rostov afferrando Teljanin per un braccio. E quasi lo trascinò alla finestra. «Questi sono soldi di Denisov, voi glieli avete

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