si scorgevano le navi, l'isola e il castello col suo parco, circondato dalle acque dell'Exis che fluivano nel Danubio; si vedeva la sponda sinistra del Danubio, rocciosa e coperta da un bosco di pini, con la misteriosa lontananza di verdi vette e azzurre gole. Si vedevano le torri d'un monastero che spuntava dietro una selvaggia foresta di pini, che pareva intatta, mentre lontano, sulla montagna, dall'altra parte dell'Ens, apparivano gli avamposti del nemico.
Sull'altura, in mezzo ai cannoni, in piedi davanti a tutti, c'era il generale comandante della retroguardia insieme con un ufficiale del seguito, e osservava i luoghi per mezzo di un cannocchiale. Un po' dietro di lui, seduto su un affusto di cannone, stava Nesvickij, distaccato presso la retroguardia dal comandante in capo. Il cosacco che lo accompagnava gli aveva dato un sacchetto e una fiasca e Nesvickij offriva agli ufficiali dei pasticcini e autentico doppio Kümmel. Gli ufficiali lo attorniavano allegri, chi in ginocchio, chi seduto alla turca sull'erba bagnata.
«Sì, mica stupido quel principe austriaco che s'è costruito questo castello. Bel posto. Ma perché non mangiate, signori?» diceva Nesvickij.
«Grazie infinite, principe,» disse uno degli ufficiali, lieto di chiacchierare con un ufficiale così importante dello stato maggiore. «Magnifico posto. Siamo passati proprio davanti al parco, abbiamo visto due cervi. E che casa stupenda!»
«Guardate, principe,» disse un altro che aveva una gran voglia di prendere un altro pasticcino, ma si vergognava e perciò faceva finta di contemplare il paesaggio, «guardate là; i nostri son già arrivati laggiù. Eccoli là, su quel prato, dietro il villaggio: ne vedo tre che trascinano qualcosa. Saccheggeranno il palazzo,» disse, con evidente approvazione.