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Nesvickij.   
   «Sì, andate, per piacere,» disse il generale, ripetendo ciò che già una volta era stato minutamente disposto. «Dite agli ussari che passino per ultimi e incendino il ponte, come io ho dato ordine, e che ispezionino ancora i materiali infiammabili che si trovano sul ponte.»   
   «Benissimo,» rispose Nesvickij.   
   Chiamò il cosacco che teneva il suo cavallo, gli ordinò di riprendere la bisaccia e la fiasca e issò con leggerezza in sella il suo corpo massiccio.   
   «Giuro che una scappata dalle monachelle la faccio,» disse agli ufficiali che lo guardavano sorridendo, e si avviò per il sentiero che correva sinuoso ai piedi della collina.   
   «Ebbene, tirate, vediamo dove arriva; forza!» disse il generale rivolgendosi al comandante della batteria. «Scrolliamoci la noia di dosso.»   
   «I serventi ai cannoni!» ordinò l'ufficiale. Un istante più tardi gli artiglieri correvano allegramente dai fuochi e caricavano i cannoni.   
   «Primo!» echeggiò il comando.   
   Il primo artigliere balzò lesto all'indietro. Il cannone rimbombò con un suono metallico, assordante, e al di sopra delle teste dei nostri che erano in basso, volò sibilando una granata, restando di molto al di qua dello schieramento nemico. Rivelò con un pennacchio di fumo il punto dov'era caduta, poi esplose.   
   A quel rumore le facce dei soldati e degli ufficiali si rallegrarono; tutti si alzarono in piedi e si misero a osservare, in basso, i movimenti delle nostre truppe, visibili come sul palmo della mano e, più avanti, quelli del nemico che si andava avvicinando. In quel momento il sole uscì

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