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granata.   
   «Ehi, cosacco, dammi il cavallo!» disse. «Ehi, voi, fate largo, fate largo! Date strada!»   
   Con grande sforzo Nesvickij raggiunse il suo cavallo. Senza smettere di gridare si spinse in avanti. I soldati si strinsero per dargli il passo, ma poi premettero di nuovo su di lui in modo tale da fargli dolere una gamba; e i più vicini non ne avevano alcuna colpa, perché erano pigiati ancor più di lui.   
   «Nesvickij! Nesvickij! Ehi, bvutto gvugno!» echeggiò in quel momento una voce rauca dietro di lui.   
   Nesvickij si volse a guardare e, a quindici passi da lui, separato dalla massa vivente della fanteria in movimento, vide Vas'ka Denisov, rosso in viso, nero, irsuto, con il chepì spinto sulla nuca e la mantellina da ussaro gettata alla brava su una spalla.   
   «Ovdinaglielo tu a quegli accidenti, di favci lavgo,» si mise a gridare Denisov, che evidentemente era in preda a un accesso di furore, facendo balenare e roteare i suoi occhi neri come il carbone fra il bianco della cornea iniettata di sangue e agitando la sciabola chiusa nel fodero, che reggeva con la piccola mano nuda, rossa come la sua faccia.   
   «Ehi! Vasja!» rispose gioiosamente Nesvickij. «Che cosa ci fai, qui?»   
   «Lo squadvone non può passave,» gridò Vas'ka Denisov scoprendo rabbiosamente i suoi denti bianchi; e intanto spronava il suo Beduin, un bel cavallo morello, che drizzando le orecchie punzecchiate dalle baionette contro le quali urtava, sbuffava, spruzzava intorno a sé la schiuma del morso, tintinnava, batteva con gli zoccoli sulle assi del ponte. Sembrava sul punto di saltare oltre il parapetto se il cavaliere glielo avesse consentito.   

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