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   «C'est trahison, peut-être,» disse il principe Andrej immaginandosi al vivo i grigi cappotti, le ferite, il fumo della polvere, i rumori della fucileria e la gloria che lo attendeva.   
   «Non plus. Cela met la cour dans de trop mauvais draps,» proseguì Bilibin. «Ce n'est ni trahison, ni lâcheté, ni bêtise; c'est comme à Ulm...» Parve restare soprappensiero, cercando l'espressione: «c'est... c'est du Mack. Nous sommes mackès,» concluse, sentendo d'aver pronunciato un mot, un mot che poi sarebbe stato ripetuto.   
   Le pieghe sulla fronte, sino a quel momento raggrinzite, si rilassarono di colpo in segno di soddisfazione, e Bilibin, con un lieve sorriso, si mise a scrutare le proprie unghie.   
   «Dove andate?» disse a un tratto, rivolgendosi al principe Andrej che si era alzato e si dirigeva verso la sua stanza.   
   «Parto.»   
   «Per dove?»   
   «Raggiungo l'esercito.»   
   «Ma non intendevate fermarvi altri due giorni?»   
   «Ora, invece, ho deciso di partire subito.»   
   E il principe Andrej, dopo aver dato le disposizioni per la partenza, si ritirò nella sua camera.   
   «Sapete che cosa vi dico, mio caro,» disse Bilibin, entrando nella stanza di Bolkonskij. «Ho pensato a voi. Perché partite?»   
   E, a dimostrazione della ragionevolezza della sua obiezione, tutte le pieghe scomparvero dal suo viso.   
   Il principe Andrej guardò il suo interlocutore con espressione interrogativa e non rispose nulla.   
   «Perché volete partire? Lo so, voi pensate che sia vostro dovere

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