soldati, di attendenti e di ufficiali. Ai lati della strada si vedevano di continuo ora cavalli caduti, scuoiati e non scuoiati, ora carri fracassati vicino ai quali sedevano soldati solitari in attesa di chissà cosa, ora soldati staccatisi dalle compagnie che si dirigevano in folla nei vicini villaggi e ne asportavano galline, agnelli, fieno, sacchi pieni di masserizie. Sulle discese e sulle salite la folla si faceva più fitta e si udiva un ininterrotto vocio. Sprofondando fino alle ginocchia nel fango, i soldati sollevavano a braccia carri e cannoni; le fruste schioccavano, gli zoccoli sdrucciolavano, le tirelle si spezzavano e i petti si schiantavano a forza di grida. Gli ufficiali che dirigevano il movimento passavano e ripassavano a cavallo, in mezzo alle salmerie, avanti e indietro. Le loro voci si udivano debolmente in mezzo al frastuono generale, ma dalle loro facce si vedeva che essi disperavano della possibilità di por fine a quel disordine.
«Voilà la chère armée orthodoxe,» pensò Bolkonskij, ricordando le parole di Bilibin.
Volendo chiedere a uno di quegli uomini dove si trovasse il comandante supremo, si avvicinò a un carro. Proprio di fronte a lui procedeva uno strano veicolo a un solo cavallo, palesemente rimediato con mezzi di fortuna dagli stessi soldati, e che sembrava qualcosa di mezzo fra una telega, un calesse e una carrozza. Lo guidava un soldato e sotto il mantice di cuoio, dall'alto del quale pendeva un grembiale teso, era seduta una donna tutta avvolta in uno scialle. Il principe Andrej si avvicinò e stava per rivolgersi al soldato quando la sua attenzione fu attratta dalle grida disperate della donna seduta nel veicolo. Vedendo il principe Andrej ella si sporse fuori del grembiale e, agitando le magre braccia che emergevano di sotto lo scialle, gridò: