ogni cosa al mondo, e cioè di quello che egli chiamava ridicule; ma il suo istinto gli parlava con voce diversa. L'ufficiale non fece in tempo a pronunciare le ultime parole che il principe Andrej gli si era avvicinato col volto alterato dalla collera e sollevò lo scudiscio:
«La-scia-te pas-sa-re!»
L'ufficiale fece un vago gesto con la mano e si affrettò a scostarsi.
«Tutto il disordine è dovuto a costoro, a quelli dello stato maggiore,» brontolò. «Fate come vi pare.»
Il principe Andrej si allontanò in fretta senza guardare la moglie del medico che lo chiamava suo salvatore, e ricordando con senso di ripugnanza i minimi particolari di questa scena umiliante, galoppò avanti raggiungendo il villaggio in cui, secondo quanto gli era stato detto, doveva trovarsi il comandante supremo.
Entrato nel villaggio, smontò da cavallo e a piedi si avviò verso la prima casa con l'intenzione di riposarsi almeno un poco, di mangiare qualcosa e riordinare tutti i pensieri che lo offendevano e lo tormentavano. «È una folla di mascalzoni, non un esercito,» pensava avvicinandosi alla finestra della prima casa. Ma in quel momento una voce conosciuta lo chiamò per nome.
Si volse a guardare. Da una piccola finestra si sporgeva la bella faccia di Nesvickij. Masticando qualcosa con la sua bocca carnosa, Nesvickij lo chiamò agitando le mani.
«Bolkonskij, Bolkonskij! Non senti? Vieni, presto!» gridava.
Entrando nella casa, Bolkonskij vide Nesvickij e un altro aiutante che stavano mangiando qualcosa, che subito si volsero verso di lui chiedendogli se avesse novità. Su quelle facce, che il principe Andrej conosceva tanto bene, il principe Andrej lesse un'espressione di ansia e