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del nemico, prima di una battaglia nella quale sarebbe rimasta sul terreno almeno una metà del distaccamento, ma come se si trovassero in patria, in un pacifico bivacco. Attraversato il reggimento dei cacciatori, fra le file dei granatieri del reggimento di Kiev, uomini valorosi occupati in quelle stesse faccende pacifiche, il principe Andrej, non lontano dall'alta baracca, diversa dalle altre, del comandante del reggimento, si trovò di fronte a un plotone schierato di granatieri davanti al quale giaceva un uomo denudato. Due soldati lo tenevano e due agitavano delle verghe flessibili, colpendo ritmicamente quella schiena nuda. Il punito mandava urla innaturali. Un grasso maggiore camminava davanti al plotone schierato, e senza badare alle grida, diceva in continuazione:   
   «Per un soldato, rubare è una vergogna: un soldato dev'essere onesto, nobile e coraggioso: chi deruba un suo compagno, vuol dire che è un uomo senza onore, che è un farabutto. Ancora, ancora!»   
   E continuavano a risuonare i colpi elastici, e quel grido di simulata disperazione.   
   Un giovane ufficiale si allontanò dal punito con una espressione di sgomento e di sofferenza e si volse a guardare con aria interrogativa l'aiutante di campo che passava.   
   Raggiunta la prima linea, il principe Andrej si avviò lungo il fronte. La nostra linea e quella nemica, al fianco sinistro e al fianco destro, erano assai distanziate l'una dall'altra; ma al centro, nel punto in cui al mattino erano transitati i parlamentari, le linee si avvicinavano a tal punto che i soldati degli opposti schieramenti potevano vedersi nitidamente e scambiare perfino delle battute. Oltre ai soldati che tenevano la linea in quel punto, dall'una e dall'altra parte c'erano molti curiosi che osservavano ridendo quei nemici, che a loro apparivano strani

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