avevano cominciato a fuggire. Dolochov ribatteva che i russi non si erano affatto arresi, e che al contrario avevano battuto i francesi.
«Abbiamo l'ordine di respingervi, e vi respingeremo,» diceva Dolochov.
«Badate piuttosto a non farvi acchiappare tutti insieme, voi e i vostri cosacchi,» rispondeva il granatiere francese.
Gli spettatori e ascoltatori di parte francese si misero a ridere.
«Vi faremo ballare come avete ballato al tempo di Suvorov (on vous fera danser),» disse Dolochov.
«Qu'est-ce qu'il chante?» domandò un francese.
«De l'histoire ancienne,» disse un altro, intuendo che si parlava di guerre passate. «L'Empereur va lui faire voir à votre Souvara, comme aux autres...»
«Bonaparte...» cominciò Dolochov. Ma il francese lo interruppe.
«Non c'è nessun Bonaparte: c'è l'imperatore! Sacré nom ...» gridò con rabbia.
«Che il diavolo se lo porti, il vostro imperatore!»
E Dolochov uscì in volgari imprecazioni russe, alla maniera di tutti i soldati; poi, gettandosi il fucile a tracolla, si allontanò.
«Andiamo, Ivan Lukiè,» disse al comandante di compagnia.
«Questo sì che si chiama parlare in francese,» cominciarono a dire i soldati in prima linea. «Ehi tu, Sidorov!»
Sidorov strizzò l'occhio, e rivolgendosi ai francesi cominciò a farfugliare delle parole precipitose e incomprensibili:
«Carì, malà, tafà, safì, mutèr, cascà,» borbottava, sforzandosi di dare intonazioni espressive alla propria voce.
«Oh, oh, oh! Ah, ah, ah, ah! Uh! Uh!» Fra i soldati echeggiò uno scroscio di risa così allegro e spensierato che trasmettendosi