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uomo obeso e paffuto, si guardava attorno con un ingenuo sorriso di gioia, sussultando in cima al suo cavallo, ed era buffo a vedersi, col suo cappotto di lana cammello, seduto com'era su una sella da soldato delle salmerie, circondato dagli ussari, dai cosacchi e dagli aiutanti di campo.   
   «Ecco, vuol vedere la battaglia,» disse Žerkov a Bolkonskij, indicando l'auditore, «e sta già male di stomaco.»   
   «Smettetela, voi,» replicò l'auditore con un sorriso raggiante, ingenuo e al tempo stesso malizioso, come se lo lusingasse il fatto d'esser motivo di lazzi e come se di proposito cercasse di apparire più sciocco di quanto fosse in realtà.   
   «Très drôle, mon monsieur prince,» disse l'ufficiale di stato maggiore di servizio. (Sapeva che in francese il titolo di principe si traduce in un certo modo, ma non riusciva assolutamente a ricordarselo.)   
   Nel frattempo tutti si erano avvicinati alla batteria di Tušin e proprio davanti a loro si schiantò una granata.   
   «Cos'è caduto?» domandò l'auditore con un sorriso pieno di candore.   
   «Frittelle francesi,» rispose Žerkov.   
   «È così che ammazzano, dunque?» domandò l'auditore. «Che spavento!»   
   E parve gongolare tutto dal piacere. Aveva appena finito di parlare quando inaspettatamente echeggiò un sibilo terribile che d'improvviso s'interruppe con un tonfo in qualcosa di liquido, e sc-ciaff!... il cosacco che cavalcava un po' a destra, dietro l'auditore, crollò a terra col suo cavallo. Žerkov e l'ufficiale di stato maggiore si piegarono sulle selle e fecero scostare i cavalli. L'auditore si fermò davanti al cosacco, esaminandolo con attenta curiosità. Il cosacco era morto, il cavallo si dibatteva ancora.   

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