Il principe Bagration, socchiudendo gli occhi, si volse a guardare e, resosi conto della ragione del trambusto, si volse con indifferenza, come a dire: «Non vale proprio la pena di occuparsi di simili sciocchezze!» Arrestò il cavallo con un gesto elegante da buon cavaliere, si chinò un poco e riassestò la sciabola che si era impigliata nel mantello. La sciabola era antica: non di quelle che si portavano a quel tempo. Il principe Andrej ricordò di aver sentito raccontare che Suvorov in Italia aveva donato la propria sciabola a Bagration e in quel momento quel ricordo gli tornò particolarmente accetto. Si avvicinarono a cavallo alla batteria dove si era fermato Bolkonskij per osservare il campo di battaglia.
«Chi comanda la compagnia?» domandò il principe Bagration a un artificiere che stava in piedi presso le casse di munizioni.
Aveva chiesto: «Chi comanda la compagnia?» Ma in sostanza con la sua domanda intendeva chiedere: «Non avrete mica paura voialtri?» E l'artificiere l'aveva capito.
«Del capitano Tušin, eccellenza,» gridò con voce allegra, irrigidendosi sull'attenti, il fulvo artificiere dal volto coperto di efelidi.
«Già, già,» disse Bagration assorto nei suoi pensieri, e passando accanto agli avantreni, si avvicinò all'ultimo cannone.
Nel momento in cui passava, da quel cannone, assordando tutti, echeggiò un colpo, e nel fumo che ad un tratto avvolse tutto il cannone si videro gli artiglieri che lo afferravano e, tendendosi nello sforzo, lo spingevano al posto di prima. Enorme, largo di spalle, il soldato numero uno che teneva lo scovolo, le gambe allargate, fece un balzo indietro verso la ruota. Con la mano tremante il numero due introdusse la carica nella canna. Un omino di bassa statura, un po' curvo, l'ufficiale Tušin,