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stesso non sapeva che cosa fosse accaduto, in quella mezz'ora, alle truppe affidategli, né poteva affermare con sicurezza se l'attacco fosse stato respinto, o se invece il suo reggimento fosse stato sbaragliato dall'attacco. Egli sapeva soltanto che all'inizio delle operazioni, su tutto il suo reggimento avevano preso a cadere palle di cannone e granate, che poi qualcuno si era messo a gridare: «La cavalleria!» e i nostri avevano cominciato a sparare. E avevano sparato fino allora: non più contro la cavalleria, che si era nascosta, ma contro i fanti francesi che erano apparsi nell'avvallamento e sparavano contro i nostri. Il principe Bagration chinò il capo in segno d'assenso, quasi a dire che tutto questo era esattamente ciò che egli desiderava e aveva previsto. Rivoltosi all'aiutante, gli ordinò di far scendere dalla collina due battaglioni del Sesto cacciatori accanto al quale erano passati poco prima. In quell'istante il principe Andrej fu colpito dal mutamento avvenuto sulla faccia del principe Bagration. Essa esprimeva quella felice e concentrata risolutezza che è propria di chi in una giornata di calura è pronto a tuffarsi in acqua e prende l'ultimo slancio. Dal suo viso erano scomparsi quello sguardo spento e sonnacchioso, quell'espressione falsamente assorta: gli occhi tondi, duri, da sparviero, guardavano davanti a sé in modo solenne e un po' sprezzante, senza indugiare su nulla, sebbene nei movimenti di Bagration fossero rimaste la lentezza e la misurata tranquillità di prima.   
   Il comandante del reggimento si rivolse al principe Bagration pregandolo di tornare indietro, poiché là era troppo pericoloso. «Ve ne prego, eccellenza, per amor di Dio!» diceva, guardando, per averne una conferma, l'ufficiale del seguito che sfuggiva il suo sguardo. «Ecco, vedete?» E faceva notare le pallottole che senza posa sibilavano,

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