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l'espressione ottusa e felice. Era l'ufficiale uscito di corsa dalla baracca. Era evidente che in quel momento egli non pensava a nulla, tranne che a marciare con passo marziale davanti ai superiori. Con l'aria soddisfatta del soldato a una sfilata, egli procedeva leggero sulle gambe muscolose, come se nuotasse, tenendosi eretto senza sforzo e distinguendosi per quella leggerezza d'andatura dal passo pesante dei soldati, cadenzato sul suo. Reggeva lungo la gamba una stretta e sottile sciabola sguainata, (una piccola sciabola ricurva che non sembrava nemmeno un'arma) e, volgendosi a guardare ora i superiori, ora dietro di sé, ruotava agilmente su se stesso, senza perdere il passo, con tutto il suo corpo poderoso. Sembrava che tutte le forze della sua anima fossero tese allo scopo di sfilare nel modo migliore al cospetto dei superiori; e, sentendo di adempiere degnamente a questo dovere, egli era felice. «Sinist... Sinist... Sinist...» pareva ripetere dentro di sé a ogni passo; e su quel ritmo si muoveva, con le facce diversamente severe, la muraglia delle figure dei soldati appesantite dagli zaini e dai fucili, come se ognuno di quelle centinaia di soldati proferisse mentalmente ad ogni passo «Sinist... Sinist... Sinist...» Un grasso maggiore, sbuffando e perdendo il passo, girò intorno a un cespuglio che gli tagliava la strada; un soldato rimasto indietro, ansimante, con la faccia spaventata per il suo fallo, raggiunse di corsa la sua compagnia; una palla di cannone, comprimendo l'aria, volò sopra la testa del principe Bagration e del seguito e, ritmata su quel «Sinist... Sinist!» si schiantò in mezzo alla colonna. «Serrare le file!» echeggiò la voce vanitosa del comandante della compagnia. I soldati, descrivendo una specie di semicerchio, evitavano qualcosa nel punto in cui era caduta la palla: un sottufficiale, che aveva il posto di capofila, dopo essersi attardato accanto agli uccisi raggiunse

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