«Bene, bene,» disse il comandante del reggimento, e si rivolse al maggiore Ekonomov.
Ma Dolochov non si allontanò; slegò il fazzoletto, se lo strappò dalla testa e mostrò il sangue raggrumato fra i capelli.
«È una ferita di baionetta, io sono rimasto in prima linea. Ricordatevene, eccellenza.»
La batteria di Tušin era stata dimenticata, e solo alla fine del combattimento, continuando a udire i cannoni che sparavano al centro, il principe Bagration mandò l'ufficiale di stato maggiore di servizio e poi anche il principe Andrej per ordinare alla batteria di ritirarsi al più presto. Le truppe di copertura poste a difesa del battaglione di Tušin se n'erano già andate a metà dell'azione, per ordine di qualcuno; ma la batteria aveva continuato a far fuoco, e non era stata catturata dai francesi soltanto perché il nemico non poteva immaginare che quei quattro cannoni fossero così temerari da seguitare a sparare senza essere protetti da nessuno. Al contrario, dall'energia con cui la batteria operava, esso aveva supposto che lì, al centro, fossero concentrate le forze principali dei russi: infatti per due volte aveva cercato di attaccare quel punto, e tutt'e due le volte era stato respinto dal tiro a mitraglia di uno di quei quattro cannoni isolati, piazzati sull'altura.
Il principe Bagration si era allontanato da poco, quando Tušin riuscì ad appiccare il fuoco a Schöngraben.
«Guarda che confusione! Brucia! Che fumo! Bel colpo! Magnifico! Guarda il fumo, il fumo!» esclamavano i serventi, animandosi.
Tutti i pezzi tiravano senza bisogno di comandi in direzione dell'incendio. Come per attizzarlo, a ogni tiro che partiva, i soldati