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gridavano: «Bel colpo! Ecco, ecco, così! Guarda là... Magnifico!» L'incendio, propagato dal vento, si estendeva con rapidità. Ora le colonne francesi che si erano spinte al di qua del villaggio, tornavano indietro; ma, quasi per vendicarsi di questo insuccesso, a un certo punto il nemico piazzò a destra del villaggio dieci cannoni e cominciò a far fuoco contro Tušin.   
   In preda al giubilo infantile suscitato dall'incendio e alla frenesia del tiro fortunato contro i francesi, i nostri artiglieri si accorsero della batteria solo quando due granate e subito dopo altre quattro, piombarono in mezzo ai cannoni e una atterrò due cavalli, mentre un'altra portò via una gamba a un conducente dei cassoni. Tuttavia l'animazione, ormai radicata negli spiriti, non s'indebolì, ma mutò solamente lo stato d'animo. I cavalli furono sostituiti con altri dell'affusto di riserva, i feriti raccolti e i quattro pezzi rivolti contro la batteria di dieci cannoni. Un ufficiale, collega di Tušin, era stato ucciso all'inizio della battaglia e dei quaranta uomini di servizio ai cannoni diciassette erano fuori combattimento; ma gli artiglieri continuavano ad essere allegri e animati. Per due volte videro in basso, vicino a loro, i francesi, e fecero fuoco a mitraglia contro di essi.   
   Il piccolo ufficiale, dai movimenti goffi e impacciati, chiedeva di continuo al suo tenente ancora una pipetta per compenso, come diceva lui; poi, facendone cadere la brace, correva avanti e, facendosi schermo con la piccola, gracile mano, guardava i francesi.   
   «Forza, ragazzi!» diceva come in un ritornello, e lui stesso afferrava le ruote dei cannoni, allentava le viti.   
   In mezzo al fumo, assordato dai colpi incessanti che ogni volta lo facevano sussultare, senza mai levarsi di bocca la sua pipa, Tušin correva

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