da un pezzo all'altro, ora aggiustando il tiro, ora contando le cariche, ora disponendo il cambio dei cavalli uccisi e feriti, o gridando ordini con la sua vocetta debole, sottile e irresoluta. La sua faccia si animava sempre più. Solo quando gli uccidevano o gli ferivano gli uomini, egli si accigliava e, distogliendo lo sguardo dall'ucciso, gridava furibondo rivolto agli uomini che, come sempre, indugiavano a sollevare il ferito o il cadavere. I soldati, per la maggior parte bei ragazzi robusti (molto più alti e più larghi di spalle del loro ufficiale, come sempre avviene nelle unità d'artiglieria), come bambini in una situazione imbarazzante guardavano tutti il loro comandante, e l'espressione che assumeva il suo volto immancabilmente si rispecchiava sulle loro facce.
A causa di quel terribile boato, del frastuono, della necessità di vigilare e di agire, Tušin non sentiva il minimo sgradevole senso di paura, e il pensiero che avrebbero potuto ucciderlo o ferirlo gravemente non gli passava nemmeno per la testa. Al contrario, sentiva crescere sempre più forte, dentro di sé, una sensazione d'allegria. Gli sembrava che dal momento in cui aveva visto il nemico e aveva tirato il primo colpo fosse passato molto tempo, che fosse accaduto addirittura il giorno prima, e che quel tratto di terreno sul quale si trovava gli fosse noto da molto tempo, come un luogo a lui familiare. Sebbene si ricordasse di tutto, ponderasse tutto, facesse tutto ciò che avrebbe fatto il migliore degli ufficiali nella sua situazione, egli era in preda a una sorta di delirio febbrile, simile all'ebbrezza.
Il tuonare dei suoi cannoni, che da ogni parte lo assordava, il sibilo e lo scoppio delle granate nemiche, la vista dei serventi sudati e trafelati che si affannavano intorno ai pezzi, la vista del sangue degli uomini e dei cavalli, la vista dei pennacchi di fumo che si levavano dalle