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batterie nemiche (dopo i quali una palla di cannone volava e ricadeva su un uomo, su un cannone o su un cavallo), tutte queste sensazioni avevano creato a poco a poco nella sua testa un mondo fantastico, tutto suo, che in quel momento gli dava un senso di voluttà. Nella sua immaginazione i cannoni nemici non erano cannoni, ma piccole pipe dalle quali un fumatore invisibile emetteva fumo a rade volute.   
   «Guarda, guarda: ha tirato un'altra boccata,» disse Tušin fra sé mentre dalla montagna si levava una nube di fumo che il vento sfilacciava e trasportava verso sinistra; «adesso aspettiamo che arrivi la palla, poi penseremo noi a rimandarla indietro.»   
   «Cosa ordinate, eccellenza?» domandò l'artificiere che gli stava molto vicino e l'aveva sentito borbottare qualcosa.   
   «Niente, una granata in arrivo...» rispose lui.   
   «Su, adesso tocca alla nostra Matvevna,» diceva fra sé.   
   Nella sua fantasia chiamava Matvevna il cannone di modello antico posto all'estremità della sua batteria. I francesi accanto ai loro pezzi li chiamava «le formiche». Il numero uno del secondo pezzo, un bel giovane, gran bevitore, era in quel suo mondo fantastico «lo zio»; Tušin guardava a lui più spesso che agli altri e provava piacere a ogni suo movimento. Il rumore della fucileria che, a valle, ora si spegneva, ora andava di nuovo rafforzandosi, nella sua fantasia era il respiro di qualcuno. Ed egli tendeva l'orecchio all'affievolirsi e al riaccendersi di quei rumori.   
   «Ecco, ecco che respira di nuovo,» diceva tra sé.   
   Quanto a se stesso, immaginava di essere un uomo poderoso, di statura gigantesca, che brandiva con le mani le palle da cannone e le scaraventava contro i francesi.   
   «Su, Matvevna, su mammina cara, non ci tradire!» stava dicendo, mentre

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