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si scostava dal cannone che stava per sparare; quando sopra la sua testa risuonò una voce estranea, sconosciuta:   
   «Capitano Tušin! Capitano!»   
   Tušin si guardò intorno, spaventato. Era l'ufficiale di stato maggiore che lo aveva cacciato via da Grunt. Con voce ansante adesso gli gridava:   
   «Che fate, siete impazzito? Vi è stato ordinato due volte di ritirarvi, e voi...»   
   «Ma perché ce l'hanno con me? pensava Tušin guardando timoroso il superiore.   
   «Io... niente...» disse, portando due dita alla visiera. «Io...»   
   Ma il colonnello non poté terminare ciò che avrebbe voluto dire. Una palla gli volò così vicino da costringerlo ad abbassare la testa reclinandosi sulla groppa del cavallo. Tacque; poi, quando stava di nuovo per dire qualcosa, un'altra granata lo interruppe. Allora voltò il cavallo e galoppò via.   
   «Ritirarsi! Ritirarsi tutti!» gridò, ormai lontano.   
   I soldati scoppiarono a ridere. Un minuto dopo giunse un aiutante di campo con lo stesso ordine.   
   Era il principe Andrej. La prima cosa che vide, sbucando sul terreno occupato dai cannoni di Tušin, fu un cavallo staccato dall'avantreno: aveva una zampa spezzata e nitriva vicino ai cavalli attaccati. Dalla zampa il sangue sgorgava come da una polla. Fra gli avantreni giacevano i corpi di parecchi morti. Mentre si avvicinava a cavallo, sopra di lui volavano l'una dopo l'altra le granate, ed egli sentì un tremito nervoso corrergli per la schiena. Ma la sola idea che potesse aver paura bastò a rinfrancarlo. «Io non posso aver paura,» pensò e scese lentamente da cavallo in mezzo ai cannoni. Trasmise l'ordine e non si allontanò dalla

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