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cornice dalla fanteria vociante, ripresero a procedere alla cieca.   
   Era come se nelle tenebre scorresse un fiume cupo, invisibile, sempre nella medesima direzione, con un mormorio misto di bisbigli, di voci, del rumore secco degli zoccoli e delle ruote. In quel sordo rumore, in mezzo a tutti gli altri suoni, emergevano i gemiti e le voci dei feriti nell'oscurità della notte. Sembrava che i loro gemiti riempissero tutto il buio che circondava le truppe. Quei lamenti e l'oscurità della notte parevano fondersi in una cosa sola. Dopo qualche tempo, nella folla in movimento si produsse un'agitazione. Qualcuno era passato con il seguito su un cavallo bianco, e passando aveva detto qualcosa.   
   «Che cos'ha detto? Dove si va, adesso? Ci fermiamo? Ci ha fatto degli elogi?» Da ogni parte risuonavano ansiose domande; e poi l'intera moltitudine in movimento cominciò a serrarsi su se stessa (evidentemente i primi si erano fermati) e si diffuse la voce che era stato dato l'ordine di arrestarsi. Tutti si fermarono, lì dove si trovavano, in mezzo alla strada melmosa.   
   Vennero accesi dei fuochi e il brusio si fece più intenso. Il capitano Tušin, dopo essersi occupato della sua compagnia, inviò un soldato in cerca di un posto di medicazione o un medico per lo junker e sedette al margine della strada, accanto al fuoco acceso dai soldati. Anche Rostov si trascinò accanto al fuoco. Un tremito convulso, di freddo, di dolore, gli scuoteva tutto il corpo. Aveva sonno, ma non riusciva ad addormentarsi per il dolore tormentoso alla mano intorpidita, per la quale non trovava una posizione acconcia. Ora chiudeva gli occhi, ora guardava il fuoco che gli sembrava d'un rosso ardente, oppure fissava la figura fragile e curva di Tušin, seduto alla turca di fianco a lui. I grandi occhi buoni e intelligenti di Tušin lo fissavano con simpatia e compassione. Rostov

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