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capiva che Tušin con tutta l'anima avrebbe voluto aiutarlo, ma non poteva.   
   Da ogni parte si udivano i passi e il parlottare di uomini che transitavano a piedi e a cavallo, della fanteria che si andava accampando lì attorno. I rumori delle voci, dei passi, e degli zoccoli dei cavalli che sguazzavano nel fango, il vicino e lontano crepitare della legna si fondevano in unico fluttuante ronzio.   
   Ora non scorreva più, come prima, nell'oscurità un fiume invisibile: era un mare fosco che si placava e fremeva dopo la tempesta. Rostov guardava e ascoltava senza rendersi conto di ciò che succedeva intorno a lui. Un soldato di fanteria si accostò al fuoco, si accoccolò sulle gambe, protese le mani sul fuoco e voltò la faccia.   
   «Posso restare, vossignoria?» domandò a Tušin. «Ho perduto la mia compagnia, non so nemmeno dove sia. Che guaio!»   
   Insieme al soldato si era avvicinato al fuoco anche un ufficiale di fanteria che aveva una guancia bendata. Rivolgendosi a Tušin, gli aveva chiesto che ordinasse di spostare un poco i cannoni per lasciar passare un carro. Dopo il comandante di compagnia si avvicinarono al fuoco due soldati. Si insultavano e si azzuffavano furibondi, lottando per il possesso di uno stivale.   
   «Come no? Sei stato tu a raccoglierlo! Sentilo, il fratacchione!» gridava uno dei due con voce rauca.   
   Poi si avvicinò un soldato magro e pallido, il collo fasciato da una pezza da piedi insanguinata, e con voce rabbiosa chiese un po' d'acqua agli artiglieri.   
   «Dovrei morire come un cane, forse?» diceva.   
   Tušin ordinò che gli dessero dell'acqua. Poi venne un soldato allegro

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