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   Arrivato per primo, da persona di casa Pierre entrò nello studio del principe Andrej e subito, come faceva d'abitudine, si sdraiò sul divano, prese il primo libro che gli capitò dallo scaffale (erano i Commentari di Cesare) e, appoggiandosi su un gomito, si mise a leggerlo dalla metà.   
   «Che cos'hai combinato con M.lle Šerer? Adesso quella si ammalerà sul serio,» disse il principe Andrej entrando nello studio e stropicciandosi le piccole mani bianche.   
   Pierre si girò con tutto il corpo, tanto che il divano scricchiolò, rivolse il viso pieno d'animazione verso il principe Andrej, sorrise e fece un gesto vago con la mano.   
   «Quell'abate è davvero interessante; solo che non capisce a fondo il problema... Secondo me una pace perpetua è possibile, ma... non so come dire... non si può farla dipendere dall'equilibrio politico.»   
   Il principe Andrej evidentemente non mostrava alcun interesse per quei discorsi astratti.   
   «Mon cher, non si può dire dovunque tutto ciò che si pensa. Ma dimmi: ti sei deciso? Farai l'ufficiale di cavalleria o il diplomatico?» continuò, dopo un momento di silenzio.   
   Pierre si mise a sedere sul divano, riunendo le gambe.   
   «Figuratevi che ancora non lo so. Né l'una né l'altra prospettiva mi vanno a genio.»   
   «Ma bisogna pure che tu prenda una decisione. Tuo padre aspetta.»   
   A dieci anni Pierre era stato mandato all'estero con un abate, suo istitutore, dove aveva vissuto sino a vent'anni. Quando era tornato a Mosca, il padre aveva congedato l'abate e aveva detto al giovanotto: «Adesso va a Pietroburgo, guardati intorno e scegli. Per me va bene qualunque cosa. Eccoti dei soldi e una lettera per il principe Vasilij.

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