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rallegrava e lo imbarazzava insieme. Si sentiva come una persona immersa in un'occupazione che l'assorbe tutta. Non vedeva nulla con chiarezza, non capiva, non sentiva. Solo a tratti, inopinatamente, balenavano al suo spirito pensieri e impressioni frammentari provenienti dalla realtà.   
   «Così tutto è finito!» pensava. «E com'è accaduto? Così presto! Adesso so che non soltanto per lei, non soltanto per me, ma anche per tutti gli altri questo deve inevitabilmente accadere. Tutti aspettano questo a tal punto, sono così convinti che accadrà, che io non posso, non posso assolutamente ingannarli. Ma come accadrà? Non lo so; ma accadrà, fatalmente accadrà!» pensava Pierre sbirciando quelle spalle che splendevano proprio sotto i suoi occhi.   
   Oppure, di colpo, si sentiva assalito da un senso di vergogna. Provava disagio per essere così al centro dell'attenzione, per essere un uomo felice agli occhi degli altri, per essere, con la sua fisionomia non certo bella, una specie di Paride padrone di Elena. «Ma si vede che accade sempre così, che così dev'essere,» si consolava. «E, del resto, che cos'ho fatto io per questo? Quando è incominciato? Sono partito da Mosca con il principe Vasilij. Allora non era ancora accaduto nulla. Poi, per qualche ragione che non so, mi sono fermato a casa sua. Ho giocato a carte con lei e ho raccolto il suo ridicule; insieme siamo andati a pattinare. Quando è cominciato tutto, dunque? Quando è successo tutto questo?» Ed eccolo seduto accanto a lei come fidanzato; ascolta, vede, sente la vicinanza di lei, il suo respiro, le sue mosse, la sua bellezza. D'improvviso, invece, gli sembrava che non lei ma lui fosse così incredibilmente bello, e che tutti lo guardassero per questo; allora, felice dell'ammirazione generale, raddrizzava il petto, sollevava la testa e gioiva della propria felicità. Poi una voce, la voce di qualcuno che conosceva, gli risuonava

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