principessa e la baciò forte. «Se non avessi l'emicrania, mi sarei trattenuta ancora.»
La principessa non rispose nulla; la torturava l'invidia che provava per la felicità della figlia.
Mentre quelli di casa accompagnavano gli invitati, Pierre rimase a lungo da solo con Hélène nel piccolo salotto dov'erano seduti. Non era la prima volta che gli accadeva di restar da solo con Hélène. Anzi, gli era capitato sovente, nell'ultimo mese e mezzo; ma non le aveva mai parlato d'amore. Adesso sentiva che era necessario, ma non riusciva a decidersi a quel passo. Si vergognava; gli sembrava che lì, accanto ad Hélène, lui stesse occupando il posto di qualcun altro. «Non è per te questa felicità,» gli diceva una voce interiore. «Questo genere di felicità spetta a chi non ha quello che tu possiedi." Ma bisogna pur dire qualcosa, e così prese a parlare. Le domandò se fosse contenta di quella serata, e lei, con la consueta semplicità, rispose che quell'onomastico per lei era stato uno dei più belli.
Qualcuno dei parenti più stretti si tratteneva ancora. Sedevano nel salotto grande. Con pigro passo il principe Vasilij si avvicinò a Pierre. Questi si alzò e disse che ormai era tardi. Il principe Vasilij lo guardò con occhi severi e interrogativi, come se ciò che Pierre aveva appena detto fosse così strano da non potersi nemmeno ascoltare. Ma, subito dopo, quell'espressione di severità venne meno; il principe Vasilij tirò Pierre per il braccio, lo fece sedere e sorrise affettuosamente.
«E allora, Lëlja?» disse, rivolgendosi alla figlia in quel tono noncurante di tenerezza che diviene abituale nei genitori che sin dall'infanzia vezzeggiano i loro figli, ma che il principe Vasilij era riuscito ad apprendere solo imitando altri genitori.