passeggiata col suo cappotto di velluto foderato di pelliccia, col bavero e il berretto di zibellino. Il giorno prima era nevicato. Il viottolo sul quale il principe Nikolaj Andreeviè camminava in direzione della serra era stato spazzato; si scorgevano i segni della scopa sulla neve rimossa di fresco, e una pala era infissa sul soffice rialzo di neve che correva lungo il viottolo da entrambi i lati. Il principe fece il giro delle serre, del cortile e delle nuove costruzioni, sempre accigliato e silenzioso.
«Ma in slitta si può passare?» domandò all'amministratore che lo accompagnò fino a casa: un uomo dignitoso, che nel volto e nei modi assomigliava al padrone.
«La neve è alta, eccellenza. Ho già dato l'ordine di spazzare il viale.»
Il principe chinò il capo e si avvicinò all'ingresso. «Grazie a Dio,» pensò l'amministratore, «la nube s'è dileguata!»
«Era difficile passare, eccellenza,» aggiunse l'amministratore. «A quanto ho sentito, un ministro viene a trovare l'eccellenza vostra, vero?»
Il principe Bolkonskij si voltò verso l'amministratore e lo fissò con la fronte aggrottata.
«Che cosa? Un ministro? Che ministro? Chi ha dato l'ordine? prese a dire con la sua voce dura e penetrante. Non per la principessina, per mia figlia, hanno spalato, ma per il ministro! Per me non ci sono ministri!»
«Eccellenza, io credevo...»
«Tu credevi!» si mise a gridare il vecchio principe, pronunciando le parole a ritmo sempre più affrettato e sconnesso. «Tu credevi... Banditi! Canaglie!... Ti insegnerò io a credere.» E, brandendo il suo bastone, lo