accompagnarono lungo la strada sulla quale di proposito era stata sparsa di nuovo la neve, la carrozza su pattini che recava i bagagli e la sua slitta sino a un'ala della casa.
Al principe Vasilij e ad Anatol' furono assegnati due appartamenti separati.
Anatol', levatosi il panciotto, se ne stava seduto con le mani sui fianchi davanti a una tavola, su un angolo della quale egli, sorridendo, posava distrattamente i suoi grandi e begli occhi. Egli guardava a tutta la sua vita come a un divertimento ininterrotto, che qualcuno per qualche ragione s'era impegnato a organizzare per lui; e tale, anche ora, egli considerava quella sua visita in casa di quel vecchio arcigno e della ricca e brutta ereditiera. Tutto questo, secondo le sue previsioni, poteva riuscire assai bello e perfino divertente. «E perché non sposarla dopotutto, se è davvero così ricca? I denari non guastano mai,» pensava Anatol'.
Si fece la barba, si profumò con quella cura e quell'eleganza che per lui era ormai un'abitudine, e con l'espressione, in lui innata, di un bonario trionfo, tenendo alta la bella testa entrò nella camera del padre. Attorno al principe Vasilij si davano da fare i suoi due camerieri intenti a vestirlo; anch'egli si guardava attorno con aria vivace, e lietamente fece un cenno del capo al figlio che entrava, quasi dicesse: «Sì, mi occorre che tu sia così!»
«Senza scherzi, babbo, è davvero così brutta?» domandò Anatol' in francese come riprendendo un argomento già toccato più d'una volta durante il viaggio.
«Smettila di dir sciocchezze! E soprattutto cerca di essere rispettoso e deferente col vecchio principe.»