ricordo di lei e dell'impegno che egli si era assunto nei suoi confronti.
«Non lo so,» rispose arrossendo. «Penso che se lui mi scriverà, io gli risponderò.»
«E non avrai vergogna a scrivergli?»
Sonja sorrise.
«No.»
«Io, invece, mi vergognerei di scrivere a Boris. Io non gli potrei scrivere.»
«E perché dovresti vergognartene?»
«Così, non so. Mi sentirei imbarazzata, avrei vergogna, insomma.»
«E io invece lo so perché lei si vergogna,» disse Petja, offeso dall'osservazione che Nataša aveva fatto poco prima; «si vergogna perché lei era innamorata di quel grassone con gli occhiali (così Petja chiamava il suo omonimo, il nuovo conte Bezuchov); e adesso invece si è innamorata di quel cantante (Petja alludeva all'italiano che insegnava canto a Nataša): è per questo che si vergogna.»
«Petja, sei uno stupido,» disse Nataša.
«Non più stupido di te, ragazza mia,» rispose Petja dall'alto dei suoi nove anni, proprio come se fosse stato un vecchio brigadiere.
La contessa era stata preparata dalle allusioni di Anna Michajlovna durante il pranzo. Ora, ritiratasi in camera sua, seduta in poltrona, non distoglieva gli occhi dalla miniatura sul coperchio della tabacchiera che ritraeva suo figlio, e le venivano le lacrime agli occhi. Anna Michajlovna, con la lettera in mano, si avvicinò in punta di piedi alla camera della contessa e si fermò.
«Non entrate,» disse al vecchio conte che la seguiva, «più tardi.» E chiuse la porta dietro di sé.