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   «Perché piangete, maman?» disse Vera. «Da tutto quello che scrive direi che c'è da rallegrarsi, non da piangere.»   
   Era verissimo, ma il conte, la contessa, Nataša e tutti gli altri la guardarono con aria di rimprovero. «Ma a chi assomiglia questa qui!» pensò la contessa.   
   La lettera di Nikoluška fu letta e riletta cento volte e quelli che erano ritenuti degni di ascoltarla dovevano andare dalla contessa che non se la lasciava sfuggire di mano. Ci andarono gli istitutori, le njanje, Miten'ka, alcuni conoscenti; la contessa ogni volta rileggeva la lettera con nuovo piacere e ogni volta in quella lettera scopriva nuove virtù nel suo Nikoluška. Come le sembrava strano, straordinario, gioioso, il fatto che suo figlio - quel figlio che vent'anni prima si muoveva appena dentro di lei con le sue minuscole membra, quel figlio per cui aveva litigato con il conte che lo viziava, quel figlio che aveva imparato a pronunciare prima «pera» e poi «papà», che quel figlio adesso fosse laggiù, in terra straniera, fra gente sconosciuta, e fosse un soldato valoroso, e fosse solo, senza l'aiuto e senza la guida di nessuno, e là adempisse a doveri propri di un uomo adulto. La secolare esperienza del mondo, la quale dimostra come i bambini, con un processo progressivo e insensibile, dalla culla si trasformino in uomini, per la contessa non esisteva. L'evolversi di suo figlio in ogni fase del suo sviluppo era per lei un fatto straordinario, come se non ci fossero stati milioni e milioni di persone che erano cresciute esattamente nello stesso modo. Come vent'anni prima era impensabile per lei che quel piccolo essere che viveva dentro di lei potesse poi vagire e piangere, succhiare dal suo seno e cominciare a parlare, così adesso lei non riusciva a pensare che quello stesso essere fosse diventato l'uomo forte e valoroso, modello di figlio e di uomo, che

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