riuscivano nuovi, e certi gesti da soldataccio, indicando i suoi pantaloni inzaccherati di fango.
La padrona di casa, una tedesca, udendo la voce rumorosa di Rostov, si affacciò alla porta.
«Che c'è, bellezza?» disse Nikolaj ammiccando.
«Che hai da gridare così? Li spaventi,» disse Boris. «Io non mi aspettavo che venissi oggi,» aggiunse. «Ti ho mandato solo ieri il biglietto, per mezzo d'un mio conoscente che è aiutante di campo di Kutuzov, il principe Bolkonskij. Non pensavo che te lo recapitasse così presto... Ebbene, che fai, come stai? Hai già avuto il battesimo del fuoco?» domandò.
Senza rispondere Rostov scosse la croce di S. Giorgio che portava appesa con un cordoncino alla divisa, e indicando il suo braccio bendato, lanciò un'occhiata a Berg.
«Come vedi,» disse.
«Già, già, certo!» disse Boris sorridendo. Anche noi abbiamo fatto una magnifica campagna. Lo sai che sua altezza ha cavalcato continuamente col nostro reggimento, sicché abbiamo avuto tutte le comodità e tutti i vantaggi. E che ricevimenti, pranzi, balli in Polonia; non so come raccontarteli! E anche il principe ereditario è stato molto benevolo con tutti i nostri ufficiali.»
E i due amici presero a raccontarsi a vicenda, l'uno le sue baldorie di ussaro e la vita di battaglia, l'altro le piacevolezze e i vantaggi del servizio al comando di personaggi altolocati.
«Oh, la Guardia!» disse Rostov. «Ma senti: mandiamo a prendere del vino.»
Boris si accigliò.