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   «Se proprio ci tieni,» disse.   
   E, avvicinatosi al letto, prese il borsellino di sotto i cuscini puliti e ordinò che portassero da bere.   
   «Già, e poi devo darti i denari e la lettera,» aggiunse.   
   Rostov prese la lettera; buttò i denari sul divano, si appoggiò al tavolo con entrambi i gomiti e cominciò a leggere. Lesse alcune righe e diede uno sguardo rabbioso a Berg. Incontrando il suo sguardo, nascose la faccia dietro la lettera.   
   «A quanto pare vi hanno mandato un bel po' di denari,» disse Berg, guardando il pesante borsellino che faceva un incavo nel divano. «E noi invece dobbiamo campare con la paga, conte. Vi dirò di me...»   
   «E io vi dirò, caro Berg,» lo interruppe Rostov, «che quando riceverete una lettera da casa e vi ritroverete con un amico col quale avete voglia di parlare di tutto, e io mi troverò presente, me ne andrò subito per non esservi d'impiccio. Andatevene in qualche posto, vi prego, dove vi pare... al diavolo!» gridò, e subito, afferratolo per le spalle e stavolta guardandolo con espressione amichevole per cercare di attutire l'asprezza delle proprie parole, soggiunse: «Non dovete prendervela, caro, ma preferisco parlarvi in tutta franchezza, come se foste un vecchio conoscente.»   
   «Ah, figuratevi, conte, capisco benissimo,» disse Berg alzandosi e parlando come dentro di sé con la sua voce gutturale.   
   «Andate dai padroni di casa: vi avevano invitato,» aggiunse Boris.   
   Berg indossò un soprabito pulitissimo, senza una macchiolina né un granello di polvere, si ravviò davanti allo specchio i capelli sopra le tempie, all'insù come li portava l'imperatore Aleksandr Pavloviè, e convintosi dallo sguardo di Rostov che il suo soprabito era stato notato,

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