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molto diventare aiutante, e non restare in linea.»   
   «Perché?»   
   «Perché, una volta deciso di seguire la carriera militare, bisogna cercare, per quanto possibile, di fare una carriera brillante.»   
   «Già, questo è vero!» disse Rostov, che evidentemente stava pensando ad altro.   
   Guardava in modo attento e interrogativo negli occhi del suo amico, come per trovarvi risposta a una certa domanda.   
   Il vecchio Gavrila portò il vino.   
   «Non sarebbe il caso di mandare a chiamare Alfons Karloviè, adesso?» disse Boris. «Berrà lui con te; io non posso.»   
   «Fallo venire, fallo venire! Be', che fa il tedescone?» disse Rostov con un sorriso sprezzante.   
   «È un'ottima persona, è bravo e simpatico,» disse Boris.   
   Rostov fissò ancora una volta Boris negli occhi, e sospirò. Berg tornò, e davanti alla bottiglia di vino la conversazione dei tre ufficiali si rianimò. I due della Guardia raccontavano a Rostov della loro campagna, di come erano stati festosamente accolti in Russia, in Polonia e all'estero. Riferivano le gesta e le parole del loro comandante, il granduca, e aneddoti sulla sua bontà e sul suo carattere irascibile. Berg come al solito taceva, quando la cosa non lo riguardava personalmente, ma a proposito dell'irascibilità del granduca raccontò con piacere che in Galizia gli era capitato di parlare con il granduca che passava in rivista i reggimenti ed era furibondo per l'irregolarità dei movimenti. Con un gaio sorriso sulle labbra raccontò che il granduca, arrabbiatissimo, gli si era avvicinato a cavallo gridando: «Arnauti!» ( «Arnauti» era l'espressione preferita dal granduca quando s'infuriava) e aveva chiesto

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