del comandante della compagnia.
«Credetemi, conte, io non mi sono spaventato affatto, perché sapevo di non essere in torto. Sapete, principe, senza vantarmi posso dire che gli ordini del giorno del reggimento li conosco a memoria e anche il regolamento lo conosco come il "Padre Nostro". Perciò, conte, sulla mia compagnia non ci sono rilievi da fare. Dunque, la mia coscienza era tranquilla. Mi sono presentato (Berg si alzò e fece vedere come si era presentato, con la mano alla visiera; realmente sarebbe stato difficile manifestare maggiore ossequio e maggior compiacimento di sé). Lui mi fece un cicchetto, come si dice, uno di quei cicchetti da lasciarti più morto che vivo, come si dice, e giù "arnauti" e "diavoli" e "in Siberia",» raccontava Berg sorridendo con aria furbesca. «Io lo sapevo di non essere in torto e perciò stavo zitto. Non è giusto, conte? "E che, sei muto?" gridava lui. E io sempre zitto. Ebbene, che cosa credete, conte? Il giorno dopo il fatto non era nemmeno menzionato sull'ordine del giorno; ecco che cosa significa non perdersi d'animo! Eh sì, conte,» concluse Berg, mettendosi a fumare la pipa ed emettendo volute di fumo.
«Magnifico,» disse Rostov sorridendo.
Ma Boris, notando che Rostov aveva voglia di prendere in giro Berg, deviò abilmente il discorso. Chiese a Rostov di raccontare come e dove fosse rimasto ferito. A Rostov questo faceva piacere e cominciò a raccontare, animandosi sempre più, via via che il racconto procedeva. Raccontò il fatto d'armi di Schöngraben proprio come son soliti raccontare una battaglia coloro che vi hanno preso parte, ossia come avrebbero voluto che fosse, come l'hanno sentita raccontare da altri, come è più bello a raccontarsi, ma come non corrisponde assolutamente alla realtà. Rostov era un giovane sincero: non avrebbe mai riferito di proposito una cosa non