fianco dello schieramento: risuonarono le note dei trombettieri del primo reggimento di cavalleria, che suonavano la marcia del reggimento. Sembrava che non fossero i trombettieri a suonare, ma che l'esercito stesso, esultando per l'avvicinarsi del sovrano, intonasse quella musica. Attraverso quei suoni si udì distintamente, isolata, la giovane e affabile voce dell'imperatore Alessandro. Egli pronunciò parole di saluto, e il primo reggimento tuonò: «urrà» con voce così potente, prolungata e gioiosa, che i soldati stessi furono impauriti dal numero e dalla forza della massa che essi formavano.
Rostov, che era nelle prime file del gruppo di Kutuzov, al quale l'imperatore si accostò prima che ad ogni altro, provò lo stesso sentimento di tutti gli altri soldati: un sentimento di oblio di sé, di orgogliosa consapevolezza di forza e di appassionato trasporto verso colui che era la causa di quest'occasione trionfale. Egli sentiva che da una sola parola di quell'uomo dipendeva il fatto che tutta quella massa (e anche lui, ad essa legato, insignificante granello di sabbia) si gettasse nel fuoco o nell'acqua, verso un delitto, la morte o il più sublime eroismo; e per questo appunto non poteva non trepidare e non sentirsi mancare il cuore nel presentimento di quella parola imminente.
«Urrà! Urrà! Urrà!» tuonavano le voci da ogni parte: un reggimento dopo l'altro accoglieva il sovrano con le note della sua fanfara, e poi di nuovo: «Urrà! Urrà! Urrà!» E gli urrà, crescendo e traboccando, si fondevano in un rombo assordante.
Finché l'imperatore non si avvicinava, ogni reggimento nel suo silenzio e nella sua immobilità sembrava un corpo senza vita; ma bastava che il sovrano si portasse alla sua altezza perché gli uomini si rianimassero e rimbombassero, unendosi all'urlo di tutta la linea che il sovrano aveva