già percorso. In mezzo al potente, assordante rimbombo di quelle voci, fra le masse delle truppe, immobili e come impietrite nei loro quadrati, si muovevano in modo simmetrico ma libero e sciolto, centinaia di cavalieri del seguito, e davanti a loro i due imperatori. E sui due imperatori era palesemente puntata l'attenzione contenuta e appassionata di quella massa di uomini.
L'imperatore Alessandro, giovane e bello con l'uniforme della Guardia a cavallo e il tricorno leggermente inclinato, col suo volto accattivante e la voce sonora ma non forte, attirava su di sé l'attenzione generale.
Rostov era poco distante dai trombettieri; coi suoi occhi acuti aveva riconosciuto da lontano l'imperatore e lo aveva seguito mentre si avvicinava. Quando il sovrano fu a una ventina di passi di distanza e Nikolaj poté distinguere distintamente in ogni particolare, il suo volto così bello, così giovane e felice, egli provò un sentimento di tenerezza e di entusiasmo che non aveva mai provato prima di allora. Tutto: ogni lineamento, ogni mossa gli sembrava incantevole del sovrano.
Fermatosi davanti al reggimento di Pavlograd, disse qualcosa in francese all'imperatore d'Austria, e sorrise. Vedendo quel sorriso, anche Rostov inconsapevolmente cominciò a sorridere e provò un impeto d'amore ancora più forte verso il suo sovrano. Avrebbe voluto manifestare in qualche modo questo suo amore per il sovrano; ma sapeva che non era possibile e gli veniva voglia di piangere. Il sovrano chiamò il comandante del reggimento e gli disse qualche parola.
«Dio mio! Che cosa proverei se il sovrano si rivolgesse a me!» pensò Rostov. «Morirei dalla felicità.»
Il sovrano si rivolse anche agli ufficiali:
«Io vi ringrazio tutti, signori, (ogni parola era udita da Rostov come