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un suono proveniente dal cielo), vi ringrazio di tutto cuore.»   
   Come sarebbe stato felice, Rostov, se in quel momento avesse potuto morire per il suo zar!   
   «Voi avete ben servito la bandiera di S. Giorgio e ne siete degni.»   
   «Morire, morire per lui!» pensava Rostov.   
   Il sovrano disse ancora qualcosa che Rostov non intese bene, e i soldati, a voce spiegata, gridarono: «Urrà!»   
   Anche Rostov gridò con quanta forza aveva, piegandosi sulla sella, volendo farsi del male con quel grido, pur di esprimere appieno il suo entusiasmo per il sovrano.   
   L'imperatore sostò alcuni secondi davanti agli ussari come se fosse stato indeciso.   
   «Come può essere indeciso il sovrano?» pensò Rostov; ma poi anche quell'irresolutezza gli parve solenne e affascinante, come tutto ciò che faceva l'imperatore.   
   L'indecisione dello zar durò solo un istante. Il suo piede, con lo stivale dalla stretta e affusolata punta, come allora si portava, sfiorò il ventre della cavalla baia che cavalcava; la sua mano guantata di bianco alzò le redini, ed egli si mosse, accompagnato dal mare confuso e ondeggiante degli aiutanti. Egli apparve sempre più lontano, mentre sostava presso gli altri reggimenti, e alla fine, fra il seguito che circondava i due imperatori, Rostov poté scorgere soltanto il suo pennacchio bianco.   
   Fra i signori del seguito Rostov aveva notato anche il principe Bolkonskij, che cavalcava con aria pigra e trascurata. Si ricordò della lite del giorno prima e tornò a chiedersi se dovesse o non dovesse sfidarlo. «Non devo, s'intende,» pensò adesso Rostov. «E vale la pena di

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