erano dalla nostra parte. Forze enormi, senza dubbio soverchianti le forze di Napoleone, erano concentrate in un solo punto; il morale delle truppe era alto grazie alla presenza dell'imperatore e i soldati anelavano al combattimento; il punto strategico nel quale occorreva agire era noto fin nei minimi particolari al generale austriaco Weirother, che comandava le nostre truppe (un caso fortunato aveva fatto sì che gli austriaci l'anno prima avessero compiuto le manovre proprio su quegli stessi campi dove ora dovevano battersi con i francesi); la località che stava loro di fronte era nota e rilevata in ogni dettaglio sulle carte topografiche, e Bonaparte, evidentemente incerto, non prendeva nessuna iniziativa.
Dolgorukov, uno dei più ardenti fautori dell'offensiva, era appena tornato dal consiglio, stanco, provato, ma pieno d'animazione e d'orgoglio per la vittoria riportata. Il principe Andrej presentò l'ufficiale suo protetto, ma il principe Dolgorukov, dopo avergli dato una forte e cortese stretta di mano, non disse nulla a Boris, e visibilmente incapace di trattenersi dall'esprimere i pensieri che più d'ogni cosa occupavano in quel momento la sua mente, si rivolse in francese al principe Andrej.
«Ebbene, mio caro, quale battaglia abbiamo sostenuto! Dio voglia che quella che seguirà sia altrettanto vittoriosa. Tuttavia, mio caro,» continuò con voce rotta e animata, «devo riconoscere il mio torto verso gli austriaci e soprattutto verso Weirother. Quale precisione, quale meticolosità, quale conoscenza del terreno, quale capacità di prevedere tutte le evenienze, tutte le condizioni, tutti i minimi particolari! No, mio caro, non si potrebbero immaginare condizioni più vantaggiose di quelle in cui ci troviamo. La precisione degli austriaci unita al valore dei russi: che cosa volete di più?»
«Sicché l'offensiva è proprio decisa?» domandò Bolkonskij.