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con i loro aiutanti di campo. La paura che, come già in precedenza, aveva provato prima della battaglia; la lotta interiore grazie alla quale aveva superato questa paura; tutti i suoi sogni sugli atti di valore per mezzo dei quali, da vero ussaro, si sarebbe distinto nella battaglia, erano stati inutili. Il loro squadrone fu lasciato di riserva e Nikolaj Rostov trascorse quelle ore in preda alla noia e allo sconforto. Alle nove del mattino udì davanti a sé un suono di fucilate e grida di «urrà!»; vide i feriti (non molti) che venivano trasportati indietro e, infine, vide un intero reparto di cavalieri francesi condotto in mezzo a una sotnja di cosacchi. Evidentemente il combattimento era finito, ed era stato un combattimento poco importante, ma dall'esito felice. I soldati e gli ufficiali che passavano di ritorno, raccontavano di una brillante vittoria, della presa della città di Wischau e della cattura di un intero squadrone francese. La giornata era serena, solatia, dopo la forte gelata notturna, e l'allegro splendore d'autunno concordava con la notizia della vittoria, testimoniata non soltanto dai racconti di chi vi aveva partecipato, ma anche dall'espressione gioiosa dei soldati, degli ufficiali, dei generali e degli aiutanti che passavano avanti e indietro accanto a Rostov. Tanto più, dunque, Nikolaj aveva il cuore stretto, poiché aveva inutilmente sofferto la paura che precede la battaglia e aveva passato quella brillante giornata nell'inazione.   
   «Vostov, vieni qui, beviamo pev ammazzave il dispiaceve!» gridò Denisov, che sedeva sul margine della strada davanti a una fiasca e a uno spuntino.   
   Gli ufficiali fecero gruppo intorno a Denisov, mangiando e chiacchierando.   
   «Ecco che ne portano ancora uno!» disse uno degli ufficiali, indicando

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