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un prigioniero, un dragone francese appiedato, condotto da due cosacchi.   
   Uno di costoro reggeva per la briglia il grande cavallo francese del prigioniero, un bellissimo animale.   
   «Vendimi il cavallo!» gridò Denisov al cosacco.   
   «Se volete, vossignoria...»   
   Gli ufficiali si alzarono, circondando i cosacchi e il prigioniero francese. Il dragone era un giovane alsaziano, che parlava francese con accento tedesco. Ansimava per l'emozione, la sua faccia era rossa e, udendo parlare francese, si mise a conversare rapidamente con gli ufficiali, rivolgendosi ora all'uno ora all'altro. Diceva che non l'avrebbero mai catturato; che non era colpa sua se era stato preso, la colpa era tutta del caporal, che lo aveva mandato a prendere delle gualdrappe; e che lui gliel'aveva anche detto che là c'erano già i russi. E ad ogni parola egli aggiungeva: «mais qu'on ne fasse pas de mal à mon petit cheval,» e accarezzava il suo cavallo. Si vedeva che non capiva bene dove fosse. Ora si scusava per il fatto che l'avevano preso; ora, come se fosse stato al cospetto dei suoi superiori, dimostrava la sua correttezza di soldato e la sua diligenza in servizio. Recava con sé, nella nostra retroguardia, quell'atmosfera di freschezza e di spontaneità dell'esercito francese, che a noi era così estranea.   
   I cosacchi vendevano il cavallo per due ducati, e Rostov, che adesso, dopo aver ricevuto i denari da casa, era il più ricco degli ufficiali, lo comperò.   
   «Mais qu'on ne fasse pas de mal à mon petit cheval,» disse bonariamente l'alsaziano a Rostov, quando il cavallo fu consegnato all'ussaro.   
   Rostov tranquillizzò il dragone sorridendo e gli diede dei soldi.   
   «Alè, alè!» disse il cosacco, toccando il braccio del prigioniero

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