perché proseguisse.
«L'imperatore! L'imperatore!» si udì esclamare a un tratto fra gli ussari.
Tutti si misero in agitazione, affrettandosi qua e là; e Rostov vide da lontano sulla strada alcuni cavalieri che si avvicinavano con bianchi pennacchi sui cappelli. In un istante tutti furono ai loro posti, in attesa.
Rostov non si avvide di correre fino al suo posto e di balzare a cavallo. Il suo rimpianto per non aver preso parte all'azione, il suo ordinario stato d'animo verso quella cerchia di persone che conosceva così bene, svanirono di colpo; di colpo egli fu dimentico di sé: era dominato da un sentimento di felicità che gli veniva dalla vicinanza dell'imperatore, e da quella vicinanza si sentiva ricompensato per la perdita di quella giornata. Era felice come un amante che non deve più attendere il tanto atteso convegno. Non osando guardarsi attorno lungo lo schieramento, e non facendolo, presentiva però, inebriato, il suo avvicinarsi. E non lo avvertiva soltanto dal rumore degli zoccoli della cavalcata che si avvicinava, ma anche dal fatto che, a mano a mano che essa si avvicinava, tutto intorno a lui si faceva più luminoso, più esultante, più significativo e festoso. Colui che per Rostov era un sole, un sole che diffondeva intorno a sé i raggi di una luce dolce e grandiosa, si avvicinava, si avvicinava sempre più. Ed ecco, egli già si sentiva avvolto da quei raggi; già udiva la sua voce: quella voce così affettuosa, tranquilla, maestosa e nello stesso tempo così semplice. Come appunto doveva accadere secondo i sentimenti di Rostov, sopravvenne un mortale silenzio e in questo silenzio risuonò la voce dell'imperatore.
«Les hussards de Pavlograd?» domandò egli.