«La réserve, sire!» rispose una voce, troppo umana, dopo quella voce sovrumana che aveva proferito: «Les hussards de Pavlograd?»
L'imperatore giunse all'altezza di Rostov e si fermò. Il viso di Alessandro era ancor più bello che alla rivista di tre giorni prima. Raggiava di tanta letizia e giovinezza, di tanta innocente giovinezza, da ricordare la vivacità ancora infantile dei quattordici anni; ma, nello stesso tempo, era il volto maestoso di un imperatore. Mentre guardava distrattamente lo squadrone, gli occhi dell'imperatore si incrociarono con gli occhi di Rostov e, per non più di un paio di secondi, si posarono su di essi. Aveva intuito, l'imperatore, ciò che accadeva nell'anima di Rostov (a Rostov parve che egli avesse capito tutto)? In ogni caso egli con i suoi occhi azzurri fissò Rostov per un istante. (Ne fluiva una luce dolce e mansueta.) Poi all'improvviso sollevò le sopracciglia, con un gesto brusco del piede sinistro spronò il suo cavallo e si allontanò al galoppo.
Il giovane imperatore non aveva saputo frenare il desiderio di assistere al combattimento, e nonostante le esortazioni del seguito, a mezzogiorno, staccandosi dalla terza colonna con la quale procedeva, aveva galoppato verso l'avanguardia. Prima ancora che raggiungesse gli ussari, da alcuni aiutanti di campo aveva appreso la notizia del felice esito dello scontro.
Il combattimento, che era consistito soltanto nella cattura di uno squadrone nemico, fu presentato come una brillante vittoria sui francesi e perciò l'imperatore e tutta l'armata, specie fin quando il fumo della polvere non si fu dissolto sul campo di battaglia, credettero che i francesi, sconfitti, fossero stati costretti a ritirarsi. Pochi minuti dopo il passaggio dello zar, alcuni squadroni del reggimento di Pavlograd