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uomini venne distribuita doppia porzione di vodka. I fuochi dei bivacchi crepitarono ancor più allegri della notte prima ed echeggiavano le canzoni dei soldati. Denisov quella notte festeggiò la sua promozione a maggiore, e Rostov, già piuttosto brillo, verso la fine del banchetto propose un brindisi alla salute dell'imperatore: non «di sua maestà l'imperatore, come si dice ai pranzi ufficiali», esclamò, «bensì alla salute del sovrano come uomo buono, grande, straordinario; beviamo alla sua salute e alla sicura vittoria sui francesi!»   
   «Se ci siamo battuti bene prima,» disse, «e non abbiamo dato requie ai francesi, come sotto Schöngraben, che cosa faremo adesso che lui è alla nostra testa? Moriremo tutti, con gioia, moriremo per lui. Non è così, signori? Forse non parlo come dovrei, ho bevuto molto; ma io sento così; e voi pure. Alla salute di Alessandro I! Urrà!»   
   «Urrà!» echeggiarono le voci infervorate degli ufficiali. Anche il vecchio capitano Kirsten gridò, esaltato e con impeto non meno sincero di quello del ventenne Rostov.   
   Quando gli ufficiali ebbero bevuto e spaccato i loro bicchieri, Kirsten ne riempì degli altri; in maniche di camicia e pantaloni da cavallerizzo, reggendo in mano il bicchiere, si avvicinò ai falò dei soldati e in un atteggiamento solenne, levando in alto un braccio, con i suoi lunghi baffi grigi, il torace bianco che si scorgeva sotto la camicia aperta, si fermò alla luce del fuoco.   
   «Ragazzi, alla salute di sua maestà l'imperatore, alla vittoria sui nemici. Urrà!» gridò con la sua baldanzosa voce baritonale da vecchio ussaro.   
   Gli ussari che gli si erano raccolti intorno risposero concordi con un grido sonoro.   

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