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   «Sì, l'ho visto e mi sono convinto che teme una battaglia campale più di ogni altra cosa al mondo,» ripeté Dolgorukov, evidentemente geloso di questa conclusione generale che aveva tratto dal suo incontro con Napoleone. «Se non temesse la battaglia, perché avrebbe sollecitato questo incontro e chiesto trattative? Ma soprattutto perché si sarebbe ritirato, quando ritirarsi è così contrario al metodo di condurre le guerre? Credetemi: ha paura, ha paura di una battaglia campale, la sua ora è scoccata. Questo ve lo assicuro io.»   
   «Ma ditemi: com'è? che aspetto ha?» domandò ancora il principe Andrej.   
   «È un uomo in pastrano grigio, che desiderava molto che io gli dicessi "maestà", ma che, con suo evidente rammarico, non ha ricevuto da me nessun titolo. Ecco che uomo è: tutto qui,» rispose Dolgorukov volgendosi a guardare Bilibin con un sorriso. «Nonostante la mia assoluta stima per il vecchio Kutuzov,» proseguì, «saremmo davvero sciocchi se stessimo ad aspettare chissà che, per dargli così modo di andarsene o di ingannarci proprio adesso che è sicuramente nelle nostre mani. No, non bisogna dimenticare Suvorov e la sua regola: non mettersi nella situazione di chi è attaccato, ma attaccare. Credete, in guerra l'energia dei giovani spesso indica il cammino con più certezza di tutta l'esperienza dei vecchi temporeggiatori.»   
   «Ma in che posizione lo attaccheremo? Sono stato oggi sugli avamposti e non si riesce a capire dove si trovi, col grosso delle sue forze,» disse il principe Andrej.   
   Aveva voglia di esporre a Dolgorukov un suo piano d'attacco, che egli stesso aveva elaborato.   
   «Ah, fa lo stesso,» prese a dire in fretta Dolgorukov, alzandosi e aprendo la carta topografica sulla tavola. «Tutte le eventualità sono

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