tosto gli venne in mente il pensiero che la parola data non voleva dir nulla, perché prima ancora che al principe Andrej, aveva dato al principe Anatol' la sua parola di andare da lui; e infine pensò che tutte queste parole d'onore sono solo formule convenzionali, che non hanno alcun particolare significato, tanto più considerando che magari l'indomani egli sarebbe morto o gli sarebbe accaduto qualcosa di così imprevedibile, che onore e disonore avrebbero cessato di sussistere. Ragionamenti di questo genere, che distruggevano tutte le sue decisioni e riflessioni, erano frequenti in Pierre. Così finì per andare da Kuragin.
Arrivato all'ingresso della grande casa dove abitava Anatol', presso le caserme della cavalleria della Guardia, salì i gradini illuminati dell'ingresso, poi su per lo scalone raggiunse il pianerottolo, e varcò una porta aperta. L'anticamera era vuota; c'erano bottiglie scolate, mantelli, calosce alla rinfusa; stagnava puzzo di vino, grida e voci echeggiavano lontano.
Il gioco e la cena erano già terminati, ma gli ospiti non se ne andavano ancora. Pierre gettò il mantello ed entrò nella prima stanza, dov'erano rimasti gli avanzi della cena e un servitore, credendosi inosservato, scolava di nascosto il fondo dei bicchieri. Dalla terza stanza giungevano trapestio, risate, voci conosciute e qualcosa che pareva il mugolio di un orso. Otto giovanotti facevano ressa, stringendosi, davanti alla finestra aperta. Tre stavano intorno a un orsacchiotto, che uno di loro trascinava per la catena facendo paura a un altro.
«Scommetto cento rubli per Stievens!» gridava uno.
«Guarda però di non spingerlo!» gridava un altro.
«Io per Dolochov!» gridava un terzo. «Da' il via, Kuragin.»
«Su, lasciate stare Miška; qui c'è una scommessa, adesso.»