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Rostov.   
   «Può darsi, ma può anche darsi che sia un'altra cosa,» disse l'ussaro, «di notte non si capisce. Su, sta buono!» gridò al suo cavallo che si agitava sotto di lui.   
   Anche il cavallo di Rostov si era spazientito; batteva lo zoccolo sulla terra gelata, tendendo l'orecchio ai rumori e fissando i fuochi. Le grida di quelle voci si facevano sempre più intense e più forti e si fondevano in un solo boato che soltanto un esercito di varie migliaia di uomini poteva produrre. I fuochi si allargavano sempre più, probabilmente lungo la prima linea dell'accampamento francese. Rostov non aveva più sonno, ora. Le grida gioiose e trionfanti dell'esercito nemico lo eccitavano. «Vive l'empereur, l'empereur!» udiva gridare, ormai chiaramente.   
   «E non è lontano; dev'essere di là dal torrente,» disse all'ussaro che gli stava accanto.   
   L'ussaro sospirò senza risponder nulla e tossì a lungo con rabbia. Lungo lo schieramento degli ussari si udì lo scalpitare di un cavallo al trotto e, all'improvviso, dalla nebbia della notte venne fuori e apparve come un enorme elefante la figura di un sottufficiale degli ussari.   
   «Vossignoria, i generali!» disse il sottufficiale avvicinandosi a Rostov.   
   Rostov, continuando sempre a scrutare nella direzione da cui provenivano le luci e le grida, cavalcò a fianco del sottufficiale incontro ad alcuni cavalieri che avanzavano lungo la linea. Uno era in sella a un cavallo bianco. Il principe Bagration, con il principe Dolgorukov e gli aiutanti, era uscito per osservare quello strano fenomeno dei fuochi e delle grida nell'esercito nemico. Avvicinatosi a cavallo a Bagration, Rostov gli fece rapporto e poi si unì agli aiutanti, porgendo

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